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Tabucchi e il sentimento del tempo

Antonio Tabucchi Photo credit: corriere.it

Antonio Tabucchi Photo credit: corriere.it

Il tempo preme sul nostro agire come un accumulo di materia viva e morta. Viva nel momento in cui lo sperimentiamo sulla nostra pelle o lo riviviamo nel ricordo, morta per il banale fatto di trascorrere in un battito d’ali. A questa ambigua doppiezza, che forse è il semplice modo in cui umanamente possiamo rapportarci allo scorrere degli eventi, è dedicata gran parte della produzione tabucchiana.

Quando Tabucchi parla di tempo si ha come la sottile impressione che stia parlando non di un tempo semplice ma di un tempo composto, come bipartito, scisso in due anime costantemente attaccate l’una all’altra come la buccia di una castagna, fuori ruvida e aghiforme, dentro liscia e pulita, ad abbracciare il frutto. Anche il tempo ha le sue spine che ci pungono e sono la temibile costante oggettiva a cui nessuno sfugge, scansione del decorso fisico delle cose. Tabucchi però ci insegna che ogni cosa ha il suo rovescio, anzi il mondo intero è forse solo un grande «gioco del rovescio», in cui qualsiasi elemento può essere sottoposto a una lettura duplice perché tutto ha sempre due facce, e a questa sorta di legge universale sottostà anche il tempo. Il rovescio delle spine del tempo sono le coseguenze apportate dal suo fissarsi in forma di ricordo nella nostra interiorità, che non ci avvicinano alla morte come l’inesorabile sussegursi di minuti e secondi, ma ci arricchiscono di consapevolezza su noi stessi e piuttosto sulla vita.

Tabucchi ci aiuta a distinguere, così, fra il «tempo dell’orologio» , reale e matematico, e il «tempo della vita», che ha le sue radici nell’interiorità, nella memoria e nell’inconscio. Entrambi ricadono su di noi, ma non sempre vanno di pari passo. Anzi il più delle volte sono completamente sfasati, forse per colpa di quell’incolmabile scarto che separa il “tempo delle cose” dal “tempo degli uomini”, in cui si scinde l’interezza della nostra esistenza divisa fra il “mondo della realtà esterna” e il “mondo della coscienza interna”. Uno è il tempo definitivo e immodificabile dell’eterno passato, del fatto, in cui valgono le leggi dell’inesorabile, del “così è stato”, che ci ricorda la nostra mortalità e tutto l’apparato di angosce a essa connesse. L’altro è il dato temporale che noi, custodendolo, accarezziamo nei recessi della psiche, un tempo elastico e ripercorribile in ogni momento, che fatica a piegarsi all’inesorabilità degli eventi, perché è il tempo dell’assoluta libertà di riflessione e rielaborazione del vissuto. Questo ci porta a indagare non i fatti nudi e crudi, ma quello che sta dietro ai fatti: le motivazioni oscure dell’inconscio, le possibilità prese in considerazione nel passato ma poi inapplicate, tutto ciò che si oppose o che si oppone a quel reale prima solo “in potenza” e ora “in atto”, e che ci fa scoprire come esso sia in verità il frutto di infinite eventualità, in buona parte dipendenti dal nostro volere. Dietro a un’azione concreta o a un’atto mancato si cela un’universo sconfinato di motivazioni e dettagli non trascurabile che se modificati, anche in un solo punto, avrebbero potuto portare a esiti completamente differenti, magari opposti agli attuali.

Spesso si tenta di minimizzare questa scomoda consapevolezza con un bel e rassicurante “le cose sono andate come dovevano andare”. In realtà se anche uno solo degli addendi, la cui sommatoria porta all’evento, fosse stato eseguito o pecepito in maniera diversa, il risultato sarebbe stato del tutto diverso. Il problema è che il più delle volte questi improvvisi barlumi di scomoda coscienza ci abbagliano e tendiamo a soffocarli inavvertitamente, o ci squarciano quando oramai non resta più tempo per poter rimediare e la vita diventa così un comico balletto di tempi fuori tempo, dolcemente grottesco. Per Tabucchi il tempo non si concretizza puramente negli atti conclusi. Resta impigliato anche in tutto quello che avrebbe potuto emergere e che, invece, è rimasto sommerso, e pure questo è parte del suo rovescio: la capacità di capire che nonostante le cose siano andate così sarebbero potute andare diversamente. Il tempo si compone tanto di prospettive attuate quanto di inattuate, non ammetterlo è cecità. Tabucchi le fa emergere entrambe, evidenziandone implacabilmente gli urti e le frizioni. Ripercorrendo le alonature del possibile impariamo ad accorgerci e capire cose già accadute, ma senza che ce ne avvedessimo, o lanciare plausibili ipotesi sul futuro, ed è proprio questa compresione ritardata o anticipata della vita, dovuta alla nostra possibilità di riflettere su di essa interiormente, a renderci in anticipo o in ritardo sugli eventi. Alla fine, a ben guardare, l’esistenza stessa è per ironia della sorte un tempo sfasato. Ecco il grande insegnamento di Tabucchi.

La vita è una partitura musicale che noi eseguiamo forse senza conoscere la musica. Non abbiamo lo spartito. Lo spartito si capisce solo dopo, quando la musica è già stata suonata.

(Antonio Tabucchi, Autobiografie Altrui).

Di Marta Rizzo

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Marta Rizzo nasce a Trieste il 25 maggio 1992

Si è laureata in lettere all’Università di Bologna con la tesi: Il sentimento del Tempo in A. Tabucchi

Le piace: Bologna, i libri, leggere sui colli

Non le piacciono: gli omofobi, i legumi, i libri di Fabio Volo